L’Unità

5 luglio 2007

Vittime del lavoro a teatro

BATTAGLIE

C’è chi in fabbrica ha lasciato la pelle, chi un arto mangiato da qualche macchinario. Storie di morti bianche e vite spezzate raccontate da Il pane loro, pièce di Stefano Mencherini in cerca di partner per tornare in scena

di Gabriella Gallozzi

I l padre di Antonio che “usciva di casa alle sei e mezza della mattina e tornava dopo le otto di sera” alla fine in quella falegnameria c’ha lasciato la pelle. «Mi dispiace», ha detto il padrone, «sono sempre i più bravi a rimetterci». Poi c’è Fabio, lui in fabbrica si è giocato le gambe. Ed ora va a raccomandarsi a questo o quell'assessore per un impiego: «mi sono fatto accompagnare all’ufficio di collocamento da mio fratello - racconta. Mi hanno tirato su in tre solo per salire la scalinata. Lo sai come ci si sente in quei momenti?Vorresti sparire dalla faccia della terra oppure avere un mitra e cominciare a far fuoco all’impazzata rdquo;. E ancora, Gianni. È lì alla pressa e in un attimo la mano gli resta sotto. Per lui le urla di dolore mentre un suo compagno dà di testa:«ridammi la mano! Ridammi la sua mano Bastarda!Che te ne fai tu», grida rivolto alla macchina. Davanti il padrone che inveisce: «oggi ci mancava solo questa! E adesso di nuovo con gli ispettori e i verbali e altre carte e magari anche con i carabinieri!». Storie di morti bianche, di incidenti sul lavoro. Storie di vite «spezzate», comunque. Di quelle

Lo spettacolo sarà messo in scena da Ulderico Pesce poi accompagnato nei cantieri, in fabbrica, nelle scuole

che poco spazio trovano sui media, nonostante i tragici numeri che si accavallano quotidianamente. Storie che Stefano Mencherini, «giornalista indipendente» come ama definirsi ed autore Rai, ha raccolto dal vivo, nel corso delle sue tante inchieste sociali, e ha trasformato in pièce teatrale, soprattutto dal sostegno dell’Amnil, Associazione mutilati e invalidi del lavoro che da sempre si batte per la sicurezza dei lavoratori, promuovendo campagne di sensibilizzazione come la più recente, «Cortosicuro»: cortometraggi di giovani autori sul tema della sicurezza. Ebbene, nonostante l’attualità della pièce, Il pane loro ha avuto in realtà poche rappresentazioni. La prima e «ufficiale», è stata al Valle di Roma nel lontano 2001, per la quale hanno dato il loro contributo poeti come Alda Merini, Roberto Roversi, Franco Loi e musicisti come Francesco Di Giacomo del Banco, Gaetano Curreri degli Stadio. In occasione dei cent’anni della Cgil, poi, ha ritrovato le scene a Tolentino (Macerata), grazie ad una associazione di attori non professionisti che l’hanno portato in teatro per più rappresentazioni. Da allora, però, la pièce è rimasta nel cassetto. E non che non sia abituato agli «ostacoli» Stefano Mencherini: il suo Mare Nostrum, film denuncia sulle politiche per l’immigrazione dal primo governo Prodi - compresi gli 80 morti affondati dalla Guardia costiera al largo di Brindisi - fino ai «drammi » prodotti dalla Bossi-Fini, è tra i documentari più censurati della storia della nostra tv. Per questo ha deciso comunque di non mollare. E come compagno di «battaglia» ha trovato Ulderico Pesce, autore che del teatro civile e di denuncia ha fatto la sua bandiera (L’innaffiatore del cervello di Passannante, Scorie chimiche) Con la sua compagnia, «Centro Mediterraneo delle arti » sono pronti a portare a teatro Il pane loro a settembre, per poi entrare nei cantieri, nelle fabbriche, nelle scuole. Per ora i partner che hanno aderito al progetto sono il sindacato degli edili, la Fillea Cgil, l’Assessorato alla cultura della Provincia di Bologna, l’assessorato al lavoro della Provincia di Roma. Ma per mettere in piedi lo spettacolo mancano ancora 20mila euro, spiega Mencherini. L’appello, dunque, è pubblico. Mentre l’occasione per vedere, o meglio, ascoltare i testi delle poesie di Il pane loro sarà il 23 luglio al teatro Colosseo di Roma(ore 21) nell’ambito di una serata dedicata alle vittime del lavoro, e promossa dalla Provincia di Roma.

I L CORSIVO

Quando va in scena la cronaca vera
di Rossella Battisti

C’è una nuova anima nel teatro: è il teatro usato come arma di comunicazione, grimaldello speciale per le coscienze, palcoscenico non solo di fiction ma di cronache vere. Quelle che non trovano spazio nei giornali e nei luoghi deputati: le storie negate, le disgrazie rimosse, le riflessioni, persino, sugli strappi nel sipario sociale. E poi - come per le morti bianche -quando la vicenda si ripete con dinamiche tristemente uguali e i nomi sono di poveri cristi, sembra che non valga la pena tornare a raccontare, a cercare di capire, a chiedere spiegazioni...È qui, in questo vuoto plumbeo, che si è insinuato il teatro d’inchiesta, autori che si documentano, fanno interviste, s’informano e poi con i materiali raccolti vanno in scena. A volte con operazioni «trasfigurate» in senso teatrale, come fa Ascanio Celestini, il canta-storie operaie, contadine e co.co.co. A volte, con oratori civili come l’ultimo Paolini.O forse è la solita anima antica del teatro, quella che ieri metteva in scena la tragedia di Antigone e oggi mette sotto i riflettori quella dell’anarchico Passannante. Un «caso» teatrale diventato laquo;politico» in cui Ulderico Pesce grazie al suo entusiasmo garibaldino e al suo spettacolo è riuscito a far seppellire il suo eroe nella realtà. Ora anche i giornalisti cominciano a firmare copioni teatrali. Lo fa Stefano Mencherini, appunto, per sollecitare l’attenzione del pubblico sul dramma delle morti bianche. Lo si è fatto portando all’Auditorium la tragedia di Portopalo, dove sopravvissuti al naufragio, giornalisti e testimoni hanno raccontato una cronaca sepolta nell’acqua. Mentre in un gioco di scambi di ruolo la storia della coraggiosa giornalista uccisa a Mosca, Anna Politkovskaja, è stata illustrata meglio da una pièce di Stefano Massini che dai quotidiani. Se è un segno dei tempi, va meditato..."

LE POESIE Merini e Roversi

P ubblichiamo le poesie tratte dalla pièce «Il pane loro» di Stefano Mencherini

UN FISCHIO SOPRA LA PIANURA

di Roberto Roversi

 

La verità è che
ormai ci credono
mummie d’Egitto
pesce fritto e salato
da mangiare col pane
ombre strane che vanno
in vecchi cimiteri
a lamentarsi coi cani.
Ma sono cattivi pensieri.
E appena ieri
insieme tutti noi
facevamo paura
come il leone ai buoi
in giro per il mondo.
Ecco, oggi ci vedono
senza la pelle e le ossa
eppure fratelli e compagni
anche se è pronta la fossa
possiamo e dobbiamo contarci
per non lasciarci morire
come vorrebbero loro
e per non lasciarli gioire
Con la nostra pazienza
grande tesoro di ieri
insieme tutti noi
torniamo leoni fra i buoi
per non lasciarci annegare.
Se tanti dicono addio
al povero vecchio operaio
e lo soffiano via come polvere
da un vecchio armadio in solaio
noi invece diciamo che è pronto
a stringersi mano con mano
e per la grande pianura
riprendere ancora a fischiare.

 

IL GREMBIULE

di Alda Merini

 

Oddio il mio grembiule
guarda come mi torno indietro
era una bobina di anima
ogni giorno un filo d’amore
ogni giorno quelle ore che mi massacravano
io ogni giorno non ridevo mai
e la sera tornavo così stanca
e vedevo mio marito che mi guardava
e io mi giravo dall’altra parte
ma il mio grembiule che era pieno di rose
erano tutti i baci che avrei dato a lui
invece di quello sporco lavoro
non hanno voluto pagarmi
né il grembiule e neanche la vita
perché ero una donna che non poteva sognare
ero una volgare operaia
che in un giorno qualsiasi
e chissà perché
aveva perso di vista il suo grembiule
per pensare soltanto a lui